M. Davis, I colori dell’anima, 2004
Programma serata
Mick Davis, Modigliani – I colori dell’anima
R., S., Sc.: Mick Davis, M.: Emma E. Hickox, Mus.: Guy Farley, F: Manu Kadosh,
Interpreti principali: Andy Garcia, Elsa Zylberstein, Hippolyte Girardot, Omid Djalili, Udo Kier, Eva Herzigova,
Prod.: Lucky UKFS, MediaPro Pictures, Bauer Martinez Studios, Frame Werk Produktion, Mondo Home Entertinement, 2004, Orig.: USA/ Francia/ Germania/ Italia/ Romania/ Gran Bretagna, col., 128 min.
Legenda:
R.: Regia, S.: Soggetto, Sc.: Sceneggiatura, M.: Montaggio, Mus.: Musica, F.: Fotografia, Prod.: Produzione, Orig.: Origine
Bibliografia essenziale:
Laura Morandini, Luisa Morandini, Morando Morandini, Il Morandini. Dizionario dei film 2007, Zanichelli, 2006.
Jeanne Modigliani, Christian Parisot (a cura di), Modigliani, mio padre, Abscondita, Milano, 2005.
Fiorella Nicosia, Modigliani, Giunti Editore, Firenze-Milano, 2005.
Mick Davis (n. 1 agosto 1961 a Glasgow, Scotland (Scozia), UK)
Alla fine degli anni Novanta, Mick Davis arriva a Los Angeles dove diviene famoso come sceneggiatore. Nel 1999 gira il suo primo film, The Match in Scozia e nel 2004 il secondo lungometraggio del titolo Modigliani per il mercato italiano il film prenderà il nome Modigliani. I colori dell’anima. Negli anni successivi si afferma soprattutto come scrittore dei seguenti film: The Flying Dutchamn (2001), Den osynlige (2002), Wake of Death (2004) con Jean-Claude Van Damme, The Invisible (2007) e Dylan (2008). Tra 2008 e 2009 è stato scrittore e produttore del seriale televisivo Eleventh Hour vincitore del premio BMI TV Music Award (riconoscimento assegnato annualmente dall’organizzazione americana Broadcast Music Incorporated alle migliori performance musicali). Davis rivela in un’intervista alcuni dei suoi futuri progetti come Il giardino dell’Eden, ripreso da un racconto di Hemingway, Il ritratto di Dorian Gray e Paganini.
I colori dell’anima dietro le quinte
In un’intervista il regista racconta che sin da bambino è stato affascinato dall’ambiente parigino della Belle Epoque, interessandosi in particolare al modo in cui gli artisti hanno vissuto la fine della Grande Guerra. Il progetto del film sul pittore italiano includeva sin dall’inizio Andy Garcia nel ruolo di Modigliani, sia per il talento che per il suo fascino latino. La scelta dell’attrice per il ruolo di Jeanne Hébuterne invece si è rilevata più difficile. È stato il suo manager a proporgli per la parte l’attrice Elsa Zylberstein, grazie alla straordinaria somiglianza con i ritratti di Jeanne dipinti da Modigliani. Il film mescola realtà e fiction, rilevante anche nel caso dei quadri presenti in diverse scene. La maggior parte non sono veri, alcuni sono soltanto riproduzioni fedeli, mentre altri sono stati dipinti appositamente. Per esempio, il quadro di Jeanne incinta esposto alla gara finale è un’invenzione, giacché il regista aveva bisogno di un ritratto che somigliasse fedelmente all’attrice Elsa Zylberstein. La musica doveva accompagnare le emozioni della pittura, infatti Davis riteneva che gli artisti rappresentassero una sorta di rock stars dell’epoca, motivo per cui ha chiesto al compositore Guy Farley una musica energica ed angelica nello stesso tempo. La scelta della canzone “Ave Maria” di Sasha Lizard per il momento della gara finale doveva trasmettere l’esplosione dei sentimenti concentrati in una sorta di primordialità dell’atto creativo.
Modigliani dalla storia alla pellicola. Trama e critiche
La trama del film ruota intorno a due nuclei principali, che si alternano costantemente. Da una parte si concentra sulla sfida tra Modigliani e Picasso, che non è stata mai provata storicamente e dall’altra sulla drammatica storia d’amore tra Modigliani e Jeanne Hébuterne, tutto chiuso in una costruzione ciclica del tragico monologo di Jeanne davanti alla finestra, prima del suicidio.
Nel 1919 troviamo Amedeo Modigliani a Parigi dove vive ormai da alcuni anni. La struttura bipolare si intuisce facilmente sin dalle prime scene. L’atmosfera allegra, rumorosa e di competizione tra i maggiori artisti dell’epoca come Picasso, Utrillo, Soutine, Rivera riuniti al Caffé La Rotonde è contrapposta alla figura pietosa di Jeanne che aspetta Modigliani fuori, sotto la pioggia con sua figlia in braccio. Al Caffé, Modigliani entra in scena come un personaggio che ha già conquistato il suo pubblico, ballando pieno di grazia sui tavoli, tra le bottiglie di vino e un mazzo di rose rosse. Picasso si trova al suo tavolo in compagnia di Cocteau e Max Jacob, sembra un’artista ormai affermato tanto da pagare la cena con un disegno non firmato. In realtà, la notorietà di Picasso in quanto pittore ricercato sul mercato avverrà soltanto alcuni anni dopo. Viene delineato il primo momento della sfida tra i due artisti, Modigliani provoca Picasso con una frase fantasiosa: “Dimmi Pablo, come fai a fare l’amore con un cubo?”. Ma tutta la tensione creata al Caffé non è altro che un escamotage per poter far rubare delle bottiglie di vino ad Utrillo e Soutine. Parallelamente Jeanne viene portata a casa dal padre, contrario alla storia amore della figlia cattolica con uno squattrinato artista ebreo. La sua disapprovazione sarà ribadita in ogni sua apparizione, facendo spesso riferimenti alla figlia di Modì come “creatura ebrea”, “bambino con un marchio” ecc.
La costruzione complessiva del film alterna momenti di flashback e di realtà che svelano momenti chiave della vita dell’artista. Un episodio dell’infanzia a Livorno mostra la passione per l’arte del bambino Modì intento a disegnare sui muri di casa. La sua famiglia in bancarotta è costretta a fare appello ad una legge che li consente di tenere tutti gli oggetti che si trovano sul letto di una donna incinta, un’immagine surreale con oggetti di arredo, sedie, lampadari, mobili accatastati sopra un unico letto dove la madre di Modì sta per partorire e bestemmia gli esattori fiscali. Un altro momento di flashback presenta il primo incontro tra Modigliani e la diciannovenne Jeanne all’interno dell’Accademia Colarossi. Loro si conosceranno nel 1917, ed è questa l’unica scena in cui Jeanne viene presentata come artista.
Entra in scena una ex compagna di Modigliani, Beatrice Hastings che lo introduce ad un ricco commerciante, rifiutato con disprezzo dal livornese, quasi a monito romantico dell’artista libero. Per la scena imbarazzante, lei si vendica sparandogli a bruciapelo durante la sfilata di un corteo di ex combattenti. Beatrice Hastings, musa di Modigliani tra 1914 e 1916, era una poetessa e giornalista corrispondente per il periodico inglese New Age, che curò la colonna “Impressions de Paris” fino il 1916 e non una ricca viziata come viene presentata nel film. Chiaramente la vendetta non è mai avvenuta o di certo non in quel modo.
Jeanne e Modigliani continuano a vivere insieme tra momenti di tensione e altri pieni di affetto. In una scena li sorprendiamo ballare insieme romanticamente, di notte, per le strade di Montparnasse, sulle note di La vie en rose di Edith Piaf. La canzone probabilmente è stata scelta come simbolo della vita bohémien, invece essa è stata scritta negli anni Quaranta, quindi venti anni dopo. Ricordiamo che l’ambiente parigino è stato ricostruito interamente nei pressi di Bucarest in Romania.
Per aiutare Modì, Jeanne si rivolge a Leopold Zborowski, sollecitando un incontro con Picasso. Zborowski viene presentato nel film come un mercante d’arte, il che è solo parzialmente vero; egli era piuttosto un poeta e letterato di origine polacca che aiutava economicamente l’artista. Hanka, sua moglie non compare nel film, ma in realtà è stata più volte ritratta da Modigliani. In seguito Jeanne incontra Picasso portandogli un quadro di Modigliani (un ritratto di Beatrice Hastings) chiedendogli se sarebbe disposto ad esporre un quadro di Modigliani assieme alle sue opere in una mostra. Picasso acconsente, con l’unica condizione: farle un ritratto. Durante la mostra, quando Modigliani se ne accorge del compiuto (Picasso presenterà un ritratto classico di Jeanne), con una tensione crescente ben accompagnata dalla musica, s’infuria e buca il quadro negli applausi sostenuti dei suoi amici Utrillo e Soutine. Jeanne confessa che l’ha fatto per poter mantenere la loro famiglia e convince Modigliani di vedere la sua bambina. Insieme si recano alla casa dei suoi genitori, ma l’arrivo del padre provoca nuove tensioni e li obbliga a lasciare la casa, minacciandoli che provvederà egli stesso al bene della bambina, portandola in convento.
Tra una sbronza e l'altra, le droghe ed i frequenti attacchi della malattia confermata dal medico, viene tracciata l’amicizia stretta con Utrillo che Amedeo aiutò durante il ricovero dentro il manicomio. Il rapporto con Soutine, Kisling, Rivera appare molto distaccato mentre altri come Brâncuşi, Chagall o Foujita non sono neppure presenti o nominati nel film. Segue un incontro in cui Picasso conduce Modì alla villa fuori Parigi di Auguste Renoir. Il vecchio impressionista sostiene che non gli piaceva dipingere nudi, soprattutto perché non erano snelle, ma sappiamo invece che Renoir ha dipinto molti nudi di forme sontuose anche in tarda età. Il vero incontro tra Modigliani e Renoir avviene nel 1915 e senza l’intermediazione di Picasso come mostrato nel film. Inoltre, in quel periodo il rinomato pittore viveva sulla Costa azzurra e non nella villa parigina.
Grazie a Zborowski, verrà organizzata una personale nella Galleria Berthe Weill che sarà immediatamente chiusa dalla questura a causa dei troppi nudi esposti ritenuti oltraggiosi della morale pubblica. In quel contesto arriva anche Picasso che provoca nuovamente la furia di Modigliani confessando di aver dipinto su una tela del livornese regalatagli da Jeanne. In realtà la mostra si svolse nel 1917.
Dopo tante provocazioni, Modì decide di iscriversi al concorso annuale che metteva in gioco una consistente somma in denaro, lanciando il guanto della sfida a Picasso. Al calare della sera, gli artisti iscritti danno mano libera alla loro creazione su uno sfondo musicale di “Ave Maria”. Modigliani affiancato dal suo alter ego, l’io bambino, decide di dipingere Jeanne ormai incinta del secondogenito, vestita in uno splendido abito blu vellutato. Il giorno successivo Modì affida a Zborowski il compito di portare il suo quadro personalmente alla mostra, mentre lui sbriga le pratiche per ottenere la licenza che gli permetterà di sposare Jeanne. Alla gara Modì non arriva, compare invece la madre di Jeanne insieme alla figlia ripresa dal convento. Picasso arriva alla mostra affiancato dalla moglie Olga e Gertude Stein. La gara ha inizio: Soutine dipinge il Bue macellato, Rivera, la moglie Frida avvolta dalla bandiera del Messico, Kisling, Paura, Picasso un ritratto in maniera cubista di Modigliani e infine Modigliani con Jeanne. Davanti alla bellezza del ritratto di Jeanne, il pubblico con Pablo in primis lo decreta vincitore della sfida. Tranne il quadro di Soutine, dipinto nel 1923, tutti gli altri sono invenzioni del regista. Rivera viveva in quegli anni a Parigi, ma senza Frida. Loro si sposeranno nel 1929 e Frida arriverà a Parigi solo nel 1939 all’invito di André Breton.
Alla fine della gara, Jeanne torna a casa e trovando Amedeo pieno di sangue. In ospedale è circondato dall’affetto degli amici, ma ormai è troppo tardi la vita disordinata, le malattie non curate lo portano lentamente alla fine. Si spegne tra le braccia di Jeanne. Spinta dalla perdita del compagno, lei decide di togliersi la vita nello stesso abito in cui Modigliani l’aveva dipinta per l’ultima volta.
Nella versione per il dvd sono state aggiunte nuove scene. Mentre per il film di sala l’inquadratura si blocca sulla finestra, per il dvd il regista ha scelto di inquadrare il corpo senza vita di Jeanne e poi il funerale dei due, vegliata dal Modì bambino che disegna la stella ebraica su una lastra tombale accanto e portato alla fine per mano probabilmente dal padre di Jeanne o dal fratello di Modigliani. In verità, l’unione delle due tombe è avvenuta solo nel 1930.
Nonostante le incoerenze storiche, il film ci rivela uno spaccato della Parigi degli anni Venti, i suoi artisti ed i suoi caffé. La storia costruita sulla falsa bipolarità Picasso-Modigliani ha in ogni modo il pregio di tenere alta l’attenzione dello spettatore spingendolo a riconoscersi e tifare per il livornese contro l’arrogante spagnolo. Molte le licenze poetiche e le libere interpretazioni del regista tanto da classificare il lungometraggio non come biopic ma come un film d’artista.
Fra pittura e poesia. Vita di Amedeo Modigliani
Sono state scritte migliaia di mediocri pagine sulla pretesa debolezza dell’artista preda delle droghe e dell’artista preda delle droghe e dell’alcol, sulle sue crisi, sui suoi eccessi, ma tutto questo rientra nella mentalità pseudoromantica che identifica la follia, la sregolatezza con la creazione artistica.
Certo Modigliani può aver rischiato la follia, può aver ricercato l’eccesso, ma è la sua opera che va giudicata. E la sua opera dice che Modigliani è una pietra miliare nell’arte del Novecento, un artista senza seguito, unico nella sua maniera di essere. Unico e grande.
Christian Parisot
Amedeo Clemente Modigliani, pittore e scultore (Livorno 1884 - Parigi 1920)
Amedeo Modigliani nacque a Livorno nel 1884, la sua famiglia di origine ebrea seppur in passato benestante, visse durante gli anni di infanzia di Amedeo alterne fortune. Forse non si era più ricchi, ma l’atmosfera culturale in casa Modigliani era viva e stimolante dal nonno materno Isacco Garsin amante di filosofia e poliglotta al fratello di Modì, Giuseppe Emanuele deputato socialista.
Di salute cagionevole sin da piccolo, nel 1898 si ammalò di febbre tifoidea seguita negli anni successivi da diversi attacchi di polmonite e dalla tubercolosi che lo portò alla morte. Pare sia stato proprio in seguito a questa febbre che la madre Eugenia Garsin abbia accettato di iscrivere il piccolo Modì ad un corso di disegno e terminato questo cominciasse a frequentare con regolarità lo studio del tardo macchiaiolo livornese Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori.
Fin da subito il giovane Amedeo lavorò intensamente, tanto che nel 1899 la madre scrisse in una lettera “Dedo ha rinunciato agli studi e non fa più che della pittura, ma ne fa tutto il giorno e tutti i giorni con un ardore sostenuto che mi stupisce e mi incanta. Se non è quello il mezzo per riuscire è che non c’è nulla da fare. Il suo professore è molto contento di lui, io non me ne intendo ma mi sembra che per aver studiato solo tre o quattro mesi non dipinga troppo male e disegna benissimo”. La sua vocazione pittorica fu sostenuta oltre che della madre anche dallo zio Amedeo Garcin (da cui Amedeo ereditò il nome). Fu infatti lo zio a finanziare almeno in parte gli studi alla Scuola Libera di Nudo a Firenze con Giovanni Fattori nel 1902 e l’anno dopo a Venezia all’Istituto delle Belle Arti - Scuola Libera del Nudo.
Da Venezia partì nel 1906 per la Parigi moderna e aperta alle sperimentazioni. Soggiornò per breve tempo al famoso “Bateau Lavoir” in Montmartre, una comune di artisti squattrinati in cui vi abitarono i maggiori artisti del tempo, fra cui lo stesso Picasso, per poi cambiare spesso domicilio fra Montmartre e Monparnasse inseguito costantemente dai debiti.
A Parigi l’artista risentì inizialmente delle forme e lo stile di Toulouse-Lautrec, avvicinandosi poi, come molti dei suoi colleghi ai colori e alle forme solide di Paul Cézanne. La bohéme parigina lo portò a frequentare le maggiori personalità artistiche del suo tempo fra cui Max Jacob, Kisling, Picasso e Severini che chiese al pittore di aderire al nascente futurismo, invito subito rifiutato dal livornese perchè troppo lontano dalle sue idee artistiche. Forte fu invece l’influenza dello scultore Constantin Brâncuşi, trasferitosi a Parigi nel 1907. Fu il maestro rumeno conosciuto da Modigliani nel 1909 e di cui tracciò il ritratto sul retro di una tela, a riavvicinarlo alla scultura abbandonata da pittore per motivi di salute.
A Montparnasse Dedo era famoso per la sua eleganza, il suo fascino da seduttore, la sua abilità nel declamare Dante e Baudelaire a memoria e per le sue sfuriate alcoliche, magari assieme ai più accondiscendenti Utrillo e Soutine. Per vivere disegnava, dipingeva ritratti che vendeva per pochi soldi, ma nelle sue opere le figure andavano perfezionandosi in uno stile proprio, “la via Modigliani alla pittura”.
L’influenza della statuaria delle culture primitive, dell’arte africana abbinata a reminescenze dell’arte italiana da Tino di Camaino a Tiziano aprirono la via ai quadri più famosi di Modì. Del 1914 sono infatti, i ritratti con le sue teste ovali, i colli delicatamente allungati e ancor più la serie dei nudi del 1917, esposti nella prima mostra personale di Modigliani alla Galleria Berthe Weill e subito fatti ritirare dalla Questura di Parigi perché ritenuti offensivi del pubblico pudore. Durante l’inaugurazione della mostra, il pittore era in compagnia di una giovane e bella dama di nome Jeanne Hèbuterne, conosciuta ad aprile dello stesso anno all’Académie Colarossi. Modigliani dipinse spesso la bellezza del suo volto e la tacita malinconia dei suoi occhi. La serie dei “ritratti di Jeanne” è ritenuta dagli esperti fra i capolavori della sua produzione artistica. Da Jeanne Modì ebbe una figlia nel 1918.
La loro storia contrastata dalla famiglia Hèbuterne si svolse nella cornice tragica di una Parigi alla fine della Grande Guerra. Le condizioni del pittore peggiorarono, alla tosse tubercolosa si aggiunsero frequenti attacchi di delirium tremens e la nefrite. Non si curò, non assunse medicine tanto peggio invece bevve esageratamente e spesso dormì fuori al gelo lasciando per diversi giorni senza notizie di se la compagna nuovamente incinta. Il 22 gennaio 1920 dopo aver perso conoscenza, Modì fu trasportato d’urgenza all’Hopital de la Charité di Parigi, dove il 24 gennaio il pittore morì. Modigliani venne sepolto nel cimitero di Père Lachaise nel primo pomeriggio del 27 gennaio. Il giorno dopo, la giovane Jeanne Hébuterne, in attesa di un altro figlio del pittore, si lanciò nel vuoto, dal quinto piano della casa dei genitori.
Fabio Palmisano e Adina Curta












